martedì 1 dicembre 2015

OLTRE IL TERRORE




Io spero che esista anche un Dio delle piccole cose
Che sappia i silenzi mai diventati parole”
(Il Dio delle piccole cose di Max Gazzé, Gae Capitano)


Focolai di guerra. Attentati kamikaze, colpi d’arma da fuoco. E sangue. Scuro. Denso. Innocente. Sangue silenzioso, che non urla vendetta, ma verità.


Il 31 ottobre 2015 un aereo di linea russo precipita sul Sinai. 224 i morti. L’IS dichiara immediatamente la propria responsabilità.
43 morti e 239 feriti è il bilancio dell’attentato che devasta il quartiere sciita di Borj el Barajneh a Beirut, in Libano, il 12 novembre.
Il giorno successivo una serie di attacchi sconvolge Parigi e porta il terrore nel cuore romantico dell’Europa: 130 le vittime, di diverse nazionalità.
Il 20 novembre un commando assalta un hotel di turisti stranieri a Bamako, capitale del Mali: 21 sono le persone che perdono la vita.
A Tunisi il 24 novembre una bomba dell’IS fa esplodere il bus della guardia presidenziale.


Cosa possiamo fare di fronte all’orrore di questa che è, a tutti gli effetti, una nuova guerra?
Solo con un cosciente e personale disarmo interiore possiamo chiedere di costruire la pace, e cercare qualche barlume di verità.
Perché, chiaramente, la versione che ci racconta il mainstream ufficiale non corrisponde alla verità. O, al massimo, ne rappresenta solo una piccola parte. Ma nascondere significa mistificare, alterare, disinformare.
Nel nostro piccolo quotidiano dobbiamo iniziare a dubitare del frame, della cornice mediatica, della narrazione di cui stiamo diventando protagonisti nel ruolo di vittime. Per tagliare i fili delle nostre marionette possiamo cominciare a dubitare. Dobbiamo informarci, andare a cercare testimonianze, documenti; ascoltare punti di vista, accoglierli, e confrontarli.
La nostra salvezza è nella qualità delle domande che ci poniamo. E questo vale non solo a livello intimo e personale, ma anche a livello sociale.
Gli attentati di Parigi ci hanno shockati perché ci fanno capire che la guerra non è solo nell’Altrove, nel mondo a noi sconosciuto, ma che dobbiamo combattere in casa nostra, nelle nostre città, in un ristorante, allo stadio, mentre ascoltiamo un concerto.
Non è uno scontro di religione, né di civiltà.
Non è, come molti vorrebbero farci credere, la guerra di profughi e migranti contro il mondo occidentale.
Davvero reagire bombardando la Siria, come stanno provando a fare i francesi, è la soluzione migliore per combattere lo Stato Islamico?
O forse sarebbe più utile prima cercare di capire come e perché siamo arrivati a vivere questa situazione?
Sono tante le variabili in gioco, e non è semplice sbrogliare la matassa. Ma ci sono delle domande che possono risultare decisive per comprendere la situazione.
A chi fanno comodo uno stato di guerra diffusa, un clima di esasperazione, di odio, di chiusura, e di limitazione delle libertà personali?
Chi mantiene l’esercito dell’Is, che può contare su 50-70.000 uomini?
Perché la Siria è considerata da qualche anno uno Stato pericoloso?
Quali ragioni spingono gli Stati Uniti d’America e la NATO a sfidare la Russia?
Io non sono un esperto di politica internazionale, e non sono nemmeno un giornalista. Ho semplicemente bisogno di conoscere, di studiare, di capire. E di condividere ciò che trovo interessante e ciò che penso.



La Siria e l’ISIS: documenti e riflessioni


Dal 2012 la Siria sta vivendo una sanguinosa guerra civile, fomentata da agenti esterni. Tutto è cominciato nel 2011 con la tanto esaltata Primavera Araba. Da allora Bashar al-Asad, il presidente siriano, si è trovato a dover fronteggiare un’opposizione interna formata da diversi gruppi di terroristi, tra cui il Fronte al-Nusra, supportato da Al Qaeda. Nel 2013 Abu Bakr al-Baghdadi, divenuto nel 2010 capo dell’ISI (Stato Islamico dell’Iraq, fondato da Abu Ayyub al-Masri nel 2006 sulle ceneri di AQI, cioè al Qaeda in Iraq), dichiara la fusione del suo movimento con almeno una frangia di al-Nusra, sancendo così la nascita dell’ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto anche come ISIS, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. il 29 giugno 2014 al-Baghdadi dichiara la nascita di un califfato mondiale, lo Stato Islamico (IS).
Chi ha spinto per la creazione di questo movimento, con il fine originario di creare instabilità in Siria e rovesciare il regime dell’intransigente presidente siriano Bashar al-Asad? Chi poteva trarre vantaggio dall’instaurare un governo fantoccio in Siria?
Basta dare un’occhiata alla cartina geografica per capire come controllare la Siria possa significare avere uno sbocco sul Mediterraneo. Invece che circumnavigare la penisola Arabica, il petrolio proveniente da Iraq e Kuwait potrebbe essere veicolato attraverso il territorio siriano. E quando si parla di petrolio e mondo della finanza, come si può non pensare agli interessi del mondo Occidentale?






Per abbattere il regime siriano di Assad, l’unico modo era quello di creare l’ISIS.
E questo interessante documento (http://www.judicialwatch.org) sembra quasi suggerirlo. Di cosa si tratta?
E’ un documento desecretato della DIA (Defense Intelligence Agency degli USA), ovvero di quella sezione del Dipartimento della Difesa americano che si occupa di analizzare e fornire indicazioni sulle zone calde del mondo. In queste pagine, scritte il 12 agosto 2012, quindi prima della nascita dell’ISIS, viene fatta una chiara analisi delle forze in campo: Salafiti, Fratelli Musulmani e al Qaeda Iraq sono alla guida dell’insurrezione siriana, allo scopo di abbattere Assad, scopo condiviso anche dai Paesi Occidentali, dai Paesi del Golfo e dalla Turchia. Dalla parte di Assad si stagliano invece le bandiere di Russia, Cina e Iran, tre potenze non da poco. Nelle pagine del documento della DIA si ipotizza (o si suggerisce?) la creazione di uno Stato Islamico attraverso la fusione di organizzazioni terroristiche irachene e siriane: ed è proprio ciò che è avvenuto.




Questa foto del 2011 immortala il senatore americano McCain nel corso di un viaggio in Siria. L’uomo alle sue spalle è proprio al-Baghdadi, allora capo dell’ISI e oggi Califfo dello Stato Islamico. Alla destra del senatore, con un’arma in pugno, c’è Khalid al-Hamad, uno dei combattenti “moderati” sostenuti e riforniti di armi dall’Occidente in funzione anti Assad: diviene famoso qualche anno dopo, Khalid al-Hamad, soprannominato teneramente “il mangiatore di cuori” perché, dopo aver ucciso un nemico, si fa filmare mentre gli strappa letteralmente il cuore e lo morde. E meno male che è un ribelle “moderato”.

Le responsabilità dell’Occidente nella creazione dello Stato Islamico sono dunque lampanti, ma non si fermano qui. Chi può infatti sostenere e mantenere un esercito che conta dai 50.000 ai 70.000 uomini? Ci vogliono molti soldi per mantenere attivo un esercito del genere. Un po’ di denaro i combattenti di Daesh lo ricavano da un traffico illegale di petrolio. Il resto arriva da finanziamenti di Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar, i cui servizi segreti sono praticamente delle filiali della CIA. Gli Stati Uniti, dunque, sono almeno conniventi. Anche Israele, che con la Siria ha ancora in sospeso il contenzioso delle alture del Golan, può avere i suoi interessi nel rovesciare il presidente siriano.


Nel suo discorso ad Antalya, nel G-20 svoltosi proprio in questi giorni, il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto la tesi che l’IS abbia ricevuto soldi da ben 40 Paesi. “E qualcuno è seduto anche a questo tavolo”, ha aggiunto. A chi si riferiva? Alla Turchia, chiaramente. Qualche giorno dopo, il 24 novembre 2015, il bombardiere russo Sukhoi Su-24 è stato abbattuto da un F-16 turco con l’accusa di aver violato per 17 secondi lo spazio aereo della Nato. E’ stata chiaramente una provocazione verso la Russia, che da quasi due mesi è stata chiamata in causa dal governo siriano e che sta regolarmente cercando di sconfiggere i terroristi, colpendo dall’alto postazioni e depositi di armi. Putin, ancora una volta, ha saputo però mantenere i nervi saldi, senza reagire con violenza alla violenza. D’altra parte il disegno di costruire una forte alleanza anti-russa è evidentissimo, nella politica internazionale americana e in quella della Nato, ma finora il progetto è stato fallimentare: Putin ha accettato le sanzioni economiche, si è visto accusato più volte di crimini mai commessi, ha combattuto una sanguinosa guerra in Ucraina, il cui governo fantoccio di matrice nazista ha accettato di trasformare il Paese in un altro avamposto della Nato. Già nel settembre del 2013 Putin aveva evitato diplomaticamente che gli Stati Uniti e l’Unione Europea scatenassero una guerra in Siria, accusata di aver usato armi chimiche a Damasco. Anche nella situazione odierna Putin e la sua Russia stanno dimostrando un notevole sangue freddo, rappresentando concretamente una vera e propria forza di pace.


I Paesi europei si stanno rendendo conto di aver sbagliato ad appoggiare gli USA nella questione Ucraina, e non vogliono commettere gli stessi errori. Il timido riavvicinamento tra Germania, Francia e Russia mette perciò in ulteriore difficoltà il sogno (l’utopia) di dominio degli Stati Uniti. Il quasi segreto Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), di cui si trovano pochissime notizie solo sul web, è in corso di negoziato tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti: se fosse ratificato ufficialmente trasformerebbe definitivamente l’Europa in una colonia americana, vincolando il mercato europeo a quello d’oltreoceano, e portando alla depressione della domanda interna e alla diminuzione del PIL europeo. Sembra un po’ il colpo di coda dello scorpione, che prima di morire vuole iniettare in una preda il suo veleno.


Cosa possiamo fare noi, nelle nostre piccole e fragili vite, per fermare la follia di chi fa girare il mondo sopra di noi?
Il primo passo è sicuramente la presa di coscienza.
Il secondo è far sentire la nostra voce. Chiedendo di uscire dalla Nato, per esempio. Opponendosi alla vendita di armi delle industrie del nostro Paese (Finmeccanica è al nono posto nella lista dei più grandi venditori mondiali di armi, e uno dei clienti principali è proprio l’Arabia Saudita, che a sua volta finanzia e arma l’Esercito Islamico).
Traducendo in azioni quotidiane i valori della pace, del confronto, del dialogo, del rispetto.
E cercando di attivare il pensiero, di comunicare con le persone a noi vicine, per cercare di andare insieme dentro le problematiche importanti del nostro tempo, per consentire ai nostri sguardi di penetrare sotto la superficie delle immagini che il mainstream ci dà in pasto.
Gli attentati di Parigi, a differenza di quelli silenziosi di Beirut o di Bamako, hanno suscitato una grande ondata di commozione. Ma la maggior parte dei media ha preferito evitare le domande più scomode, accontentandosi della versione ufficiale, e costruendo una linea narrativa risultante da una stratificazione di omissioni e menzogne.
Perché dall’11 settembre in poi ogni volta che devono compiere un attentato i terroristi portano con sé un passaporto, che rimane misteriosamente sempre intatto nonostante magari loro si facciano esplodere? Il giorno dopo la tragedia di Parigi, è stato ritrovato il documento di uno degli attentatori: siriano, guarda caso.
E perché nessuno ci ha detto che anche stavolta, come già a New York nel 2001 o a Londra nel 2005, era in corso proprio quel giorno un’esercitazione militare?
Perché nessuno ci racconta che l’inchiesta sull’attentato di gennaio alla redazione di Charlie Hebdo è stata interrotta invocando il segreto militare? Quando si copre qualcosa che riguarda l’interesse nazionale, significa che si stanno coprendo delle responsabilità: francesi, in questo caso.
E’ molto facile scagliarsi contro i responsabili diretti delle stragi.
Ma probabilmente nemmeno gli stessi kamikaze, completamente lobotomizzati dalla propaganda che subiscono per compiere azioni criminali del genere, sono coscienti di chi siano i veri mandanti del terrore, abilissimi nel confezionare False Flag Operations.
Un mondo incerto, diffidente, buio, in cui gli Stati si fanno la guerra gli uni con gli altri, a chi può piacere o fare comodo? Non sicuramente ai normali cittadini.
Dopo gli attentati di Parigi, i dieci più grandi produttori di armi su scala mondiale hanno guadagnato sul mercato azionario ben 12.925.000.000 di euro (fonte: byoblu.com):


Lockheed Martin: + 3,78%
Boeing: + 3,55%
Northrop Grumman: + 4,74%
General Dynamics: + 1,6%
BAE Systems: + 2,8%
Finmeccanica: + 8,2%
Thales: + 5,32%


L’unica risposta che possiamo dare, nel nostro piccolo, è il disarmo.
Dobbiamo mettere via le armi - l’intolleranza, l’ignoranza, l’ottusità - per costruire nel nostro presente relazioni contagiose di pace.
Perché fino a quando ci saranno bambini, come quelli siriani di questo video, che vivono sotto le bombe, non ci sarà davvero pace per nessuno.




mercoledì 5 novembre 2014

UN'ALTRA MESSA A FUOCO






L’orrore esiste, non si può fare finta di niente. Oltre il silenzio complice e colpevole dei mezzi di comunicazione, ci sono immagini che gridano. Come quelle realizzate a Odessa, in Ucraina, il 2 maggio 2014, terribili istantanee di crudeltà e morte. Una donna incinta strangolata con il filo del telefono, la schiena spezzata appoggiata sulla scrivania, la pancia nuda all’aria. E ancora, corpi carbonizzati ammassati lungo le scale, volti sfigurati dalle fiamme e dai proiettili, cadaveri martoriati. Se dovessimo credere ai media italiani, si sarebbe trattato di un «tragico incidente»: in seguito ad alcuni scontri tra sostenitori del governo di Kiev e civili filorussi, «almeno trentotto persone» avrebbero perso la vita in «un incendio divampato all’interno del Palazzo dei sindacati».
Nella società liquida e circondata da schermi, dove la suggestionabilità dell’homo videns sta surclassando la capacità di pensiero dell’homo legens, un messaggio trasmesso dalle Tv di tutto il mondo è più autorevole della sua eventuale smentita. Quotidianamente vengono scritte per noi sceneggiature, copioni per farci immergere in una storia nella quale il nostro ruolo dovrebbe essere soltanto quello dello spettatore passivo. Da sempre la questione della costruzione delle notizie e dell’agenda setting è alla base degli studi sul giornalismo. Analizzando il modo in cui è descritta la guerra in Ucraina, emerge con lampante chiarezza che l’informazione mainstream è un influente impianto narrativo che, attraverso distorsioni frequenti, si sta macchiando di negazionismo. I pochi dati che filtrano, quindi, sono inseriti in un framing menzognero derivante da un’unica interpretazione politica, figlia di una concezione americana/ europeista che vede nella Russia di Vladimir Putin il nuovo grande nemico da combattere.
Ma ci sono immagini che non fingono, e che per la loro forza intrinseca non si prestano a falsificazioni. Le fotografie amatoriali della carneficina di Odessa sono spaventose, potenti. Troppo potenti. Non possono essere manipolate.
Ed è per questo che sono relegate nel silenzio, perché andrebbero contro l’idea che il giornalismo mainstream vuole far passare. Senza essere dei detective o dei semiologi, basta osservare con attenzione quei macabri scatti per comprendere che i fatti non possono essere avvenuti come sono stati riferiti. Molti dettagli non reggono alle versioni ufficiali. Come spiegare quei corpi parzialmente bruciati, ritrovati in stanze non coinvolte dall’incendio? E la foto della gestante strangolata? Non ci sono spiegazioni. Non ci possono essere giustificazioni per la brutalità. Sono immagini simili ad altre già viste nel corso della Storia. L’orrore non va nascosto, va raccontato per avere anche solo una possibilità di farlo cessare.


La controinformazione deve fare i conti con l’infotainment, con i processi di spettacolarizzazione, e con l’intero sistema mediatico. Senza dubbio il Web rappresenta il canale principale per lo sviluppo di visioni non allineate al pensiero dominante. Numerosi sono i siti che, persino nel nostro Paese, tentano di fornire ai lettori spunti di riflessione, sguardi obliqui, interpretazioni differenti. Tuttavia la Rete richiede all’utente la voglia di scoprire, la disponibilità all’ascolto, la ricerca attiva. Proprio dalla curiosità e dalla partecipazione nasce l’interessante esperimento sul Web di Pandora Tv (fondata dall’acutissimo Giulietto Chiesa), generato anche dall’urgenza di provare a dire la verità su quella crisi, utilizzando i contributi del canale satellitare Russia Today.
Le fotografie dal Palazzo dei sindacati di Odessa rivelano la furia di una strage. Su YouTube sono caricati vari filmati che mostrano senza filtri cos’è accaduto il 2 maggio. Accostando i frammenti in un montaggio mentale, si capisce che gli scontri tra fazioni sono stati fomentati e usati come pretesto per provocare disordine. Nelle riprese notiamo la complicità delle forze di polizia. Vediamo ragazze preparare bombe Molotov da lanciare contro l’edificio. Sentiamo le urla disperate della donna incinta che chiede aiuto e una voce, tra la ressa, che grida: «Non è una donna, è una separatista!». Qualcuno vola giù dalla struttura in fiamme, sfracellandosi al suolo. Dal terzo piano un assassino sventola la bandiera ucraina. La folla esulta. Il pogrom - parola terribile, che speravamo dover leggere esclusivamente sui libri di storia - è compiuto. Video e istantanee come brandelli di una vicenda da ricomporre, per ricostruire un’agghiacciante realtà: le oltre cento persone barbaramente trucidate dentro il Palazzo dei sindacati erano dei semplici civili che protestavano contro il governo del loro Paese. Sono stati massacrati da squadre di Pravyi Sektor, il collettivo di estrema destra ultranazionalista, con la connivenza delle autorità. Bisogna chiedersi perché i telegiornali non parlano di un feroce crimine di matrice nazista, perché nessuno diffonde le riprese (sempre amatoriali e reperibili sul Web) di quelli che sembrano ordigni incendiari al fosforo bianco piovuti dal cielo di Sloviansk.
Per quanto siano devastanti, le immagini da sole non sono sufficienti. Per innescarle è essenziale assicurare una giusta visibilità, parlare del loro significato, come se fosse un obbligo morale. Uscite dall’oscurità, queste immagini ci interrogano, ci costringono a pensare. Guardano negli occhi la nostra umanità, e la nostra vigliaccheria. Perciò sono necessarie, anche se ci spaventano da morire.


(L'articolo è stato pubblicato su Marla - Cinema alla fine delle immagini, N. 2 giugno/luglio 2014.
Per informazioni e per acquistare la rivista visitate il sito www.marlarivista.com )



domenica 22 dicembre 2013

ALI DI CARTA






-  Chissà cosa stava scrivendo quella donna.
-  Già. Chissà.
-  Non gliel’hai chiesto?
-  No, no.
-  Non eri curioso?
-  Certo, certo. Ma non era il contenuto che mi interessava. Era il gesto.
-  Secondo te cosa stava scrivendo?
-  Non lo so, ma… stava scrivendo. Avrebbe potuto scrivere qualsiasi cosa. Era lì, ma era come se fosse anche da un’altra parte. La radio trasmetteva canzoni, e le altre persone chiacchieravano, ridevano, vivevano. Lei era lì, concentrata nel suo silenzio: e in quel piccolo gesto trovava tutto ciò di cui aveva bisogno, in quel momento.
-  Mi piace.
-  Cosa ti piace?
-  Questa foto. Le emozioni che mi trasmette. Il bianco e nero.
-  Ti affascina il bianco e nero?
-  Sì, molto. Sai cosa penso? Che mi piacerebbe poter guardare il mondo in bianco e nero, qualche volta…
-  Eh, ma non si può, cara mia…
-  Peccato. Sarebbe più poetico.


Martina era arrivata al paesino quello stesso giorno, nel primo pomeriggio.
Il nonno l’aspettava seduto su una panchina, vicino alla fontana della piazza. L’aveva riconosciuta subito, appena scesa dall’autobus, anche se non la vedeva da parecchi mesi: Martina si portava sempre addosso l’energia sognante dei suoi diciassette anni, e nei suoi occhi brillava il desiderio di assaporare il mondo. Gli era subito corsa incontro, e l’aveva abbracciato forte, senza neanche togliersi gli auricolari. “Chissà che musica ascolta tutto il tempo”, pensò il nonno.
Camminando insieme verso casa, a passo lento, il vecchietto sentì dentro un’emozione che non provava da tempo, come un lampo di felicità. Era davvero contento che lei avesse accettato l’invito. Perché quella seguente – ne era sicuro – sarebbe stata un’alba speciale.


- Ma perché poi hai smesso? Di fare le foto, voglio dire.
- È una storia lunga, piccola.
- Io non ho fretta.
- Diciamo che ho smesso perché ho trovato la luce giusta.
- …
- La luce giusta per vivere, capisci?
Martina guarda il nonno. Ci pensa. Poi scuote la testa.
-  Nelle fotografie che scattavo cercavo sempre l’inquadratura giusta, ma soprattutto la luce. Non mi importava se stavo fotografando una persona, o un gatto, o una montagna: l’importante era che ci fosse la luce giusta. Lo facevo così, d’istinto, senza pensarci. E mi sentivo felice solo quando, in camera oscura, saltava fuori una foto bella. Così poi ho capito. Ho capito che era quello che dovevo fare nella mia vita: trovare la luce giusta, e viverci dentro.
- E l’hai trovata?
- Ci ho messo un po’, ma… sì, credo di averla trovata. L’ho abitata per un po’. Quella luce, quell’atmosfera… e tua nonna.
- E se l’è portata via nonna quella luce?
- Beh, in un certo senso. Non è più la stessa luce, senza di lei. Ma almeno so che c’è stata.


Il caffè gorgoglia nella moka.
Il nonno lo versa nella tazza. Due cucchiaini di zucchero, giusto per non far arrabbiare il dottore.
 Sul tavolo della cucina Martina ha lasciato il lettore mp3. “Strano – pensa il nonno -. Dopo le chiedo di farmi ascoltare una delle sue canzoni”.
Fuori dalla finestra il cielo del tramonto si colora di arancio.
Il nonno sorseggia lentamente il caffè.
Martina è seduta ai piedi del ciliegio, in fondo al giardino. È lo stesso albero al cui ramo aveva appeso un’altalena per farla divertire quando, da piccola, veniva a trovarlo qualche giorno d’estate.
“Tutto si attraversa col tempo”, pensa il nonno. “Tempo da vivere, tempo da scegliere, tempo da attraversare, prima che lui passi su di noi”.
Sorseggia ancora un po’ di caffè. Lentamente. Lo assapora.
Le rughe vicine agli angoli degli occhi si bagnano, mentre osserva la sua nipotina, ormai donna, che scrive, seduta sull’erba sotto il ciliegio.


Tutto mi raggiunge, e sono qua, con la mia pelle.
Sento il calore del mondo.
Sento il profumo di quest’erba verde.
Mi sento viva.
E scrivo.
Inchiostro nero su fogli bianchi. Per raccontarmi, ma anche per ascoltarmi.
Voglio scrivere, e vivere queste emozioni.
E salvarle.
Anche nonno faceva qualcosa di simile, con le sue fotografie.
Era come se scrivesse con la luce.
“La pellicola – mi ha detto – è come carta che brucia”.
Io voglio che a bruciare sia la passione, il desiderio, la voglia di vita.
Voglio scattare tante foto con la luce giusta,
voglio scrivere
e vivere il mio tempo, le mie emozioni,
e avere tanti ricordi da riguardare, quando sarò vecchia,
perché vorrà dire che avrò vissuto.


-  E tu nonno, in quale personaggio ti identifichi? A me piace tanto la ragazza che scrive dieto gli occhiali scuri…
-  Io non mi identifico in nessuno in particolare…
-  No? E come mai?
-  Di questa foto mi piace la luce, l’atmosfera, non un personaggio solo. È tutto l’insieme che mi ha sempre emozionato.
-  Il discorso della luce giusta di prima…
-  Sì, ma non solo. Una foto è un racconto, e un racconto è una storia. E io, mi sento parte di quella storia. Non sono solo questo o quel personaggio: sono tutti loro, sono la luce che li illumina, sono le ombre in cui si nascondono, sono gli sguardi che si scambiano, sono l’atmosfera che si respira, sono le emozioni che mi porto dentro. Riesci a capire?
- 
-  Ora dormi piccola. Domani ci aspetta l’alba.


Quando stropiccia gli occhi al risveglio, è ancora buio. Il nonno le ha già preparato la colazione, e la esorta a far presto: devono mettersi in marcia. Il sentiero per arrivare al laghetto, ai piedi della collina, è poco illuminato. Ma il nonno lo conosce a memoria, e lo percorre col suo passo lento ma sicuro.
- Ecco, siamo arrivati. Ora aspettiamo qui.
L’erba è tutta bagnata di rugiada primaverile. Le prime pennellate di luce spuntano dall’orizzonte, e in breve tempo il blu diventa azzurro. I primi raggi di sole baciano la pelle del nonno e di Martina.
- Tra poco voleranno. Ecco, guarda là!
Come petali di un fiore incantato, le ali di una farfalla bianca si librano in volo.
- Questa è l’ultima alba delle crisalidi.
Centinaia di piccole farfalle prendono il volo, sollevandosi da uno spicchio di terra accanto al lago. Sembra una soffice tempesta di fiori volanti.
- È una magia!, grida Martina.
Una farfalla fuori rotta li sfiora, con la sua traiettoria indecifrabile e imprevedibile, incapace di seguire una linea retta.
Martina stringe la mano rugosa del nonno. E una nuova giornata inizia.





testo scritto durante l'atelier "Lo scrittoio" condotto da Maria Beltramo



giovedì 28 febbraio 2013

"ZERO DARK THIRTY": IL NEMICO DISUMANIZZATO




Ha un titolo enigmatico, Zero Dark Thirty.
Una firma prestigiosa, quella della regista premio Oscar Kathryn Bigelow.
E una storia di successo: la caccia e l’uccisione di Osama bin Laden, una delle più terrificanti incarnazioni del Male.
Dal punto di vista cinematografico, Zero Dark Thirty non delude le aspettative: è un film potente e intenso, dalle immagini suggestive e dal ritmo deciso, capace di lasciare spazio sia all’introspezione che all’azione, in un delicato e mirabile equilibrio.
Al centro dei riflettori, una donna, Maya. Apparentemente fragile e delicata, nasconde dentro di sé l’istinto di un vero killer. In un ambiente terribilmente maschilista come quello della politica militare, riesce a far valere qualità spiccatamente femminili come l’intuito, la ferrea tenacia, la fedeltà: soltanto in questo modo la sua magnifica ossessione – catturare lo sceicco del terrore – può diventare realtà.
Con la sua evoluzione interiore, Maya incarna l’intera opera: è lei il fulcro narrativo ed emotivo del film, tutto costruito sulla sua visione. È un punto di vista molto particolare, per essere una narrazione militare, eppure questa scelta rappresenta molti valori progressisti americani ed occidentali. 
Questa struttura narrativa - la storia di una donna coraggiosa e testarda che lotta contro il sistema per qualcosa in cui crede fortemente - sarebbe stata efficace anche se applicata ad un’altra cornice, tratta dall’attualità o magari inventata.
Perché allora scegliere una chiave narrativa così intima e personale per raccontare la guerra ad Al Qaeda?
Qui il terreno è delicato e carsico, e c’è il rischio concreto di venire inghiottiti. Perché la guerra al terrorismo internazionale non è una storia qualunque: è un evento che ha segnato la storia recente dell’intero Occidente. In suo nome sono stati infranti diritti civili ed umani, in suo nome sono state commesse atrocità in diverse parti del mondo.
Quali responsabilità è in grado di accollarsi un film come Zero Dark Thirty?
Come gioca su quel labile confine che divide la realtà di un evento dal suo racconto?





Code Name: Geronimo sembrava il trailer di un videogioco. Zero Dark Thirty, con la sua elegante potenza, sembra voler scrivere una verità sulla pietra. Raccontandola senza mai sollevare l’ombra di un dubbio che possa essere andata diversamente, il film della Bigelow avvalla la tesi secondo cui nel blitz di Abbottabad del 1 maggio 2011 bin Laden è stato ucciso. E con la sua autorevolezza, sembra voler certificare una realtà: non è più il documentario ma la fiction a stabilire il grado di realtà di un evento.
Zero Dark Thirty consolida dunque nell’immaginario la versione ufficiale dell’operazione.
Ma pur scavando in profondità dentro la protagonista, la cui fedeltà e dedizione alla propria intuizione diventa soprattutto un modo per ritrovare se stessa, il film non riesce a farci vedere nulla di nuovo. E si interrompe con il riconoscimento del cadavere del terrorista. Tutto ciò che è venuto dopo, stando al confuso racconto ufficiale, viene sorvolato: ovvero, perché gettare precipitosamente in mare un trofeo del genere? Perché non documentare e certificare la fine dello sceicco del terrore?
Zero Dark Thirty evita di dare risposte. E diventa, purtroppo, uno strumento di propaganda, volto a fissare nell’immaginario una ricostruzione filogovernativa e mainstream che ha il sapore di un’amarissima menzogna.
Come già Code Name: Geronimo, Zero Dark Thirty rinuncia alla rappresentazione/finzione di bin Laden, il cui volto è fin troppo impresso nella memoria dello spettatore, aumentando così l’impressione di realtà.
Ma non è solo lo sceicco del terrore ad essere invisibile: non c’è nessun approfondimento del nemico, dell’alterità. Non è nulla di più che un bersaglio. Come se fosse una sagoma di cartone. Non c’è nessuna volontà di comprensione, nessuna autocritica, nessun dubbio: il nemico è una pedina da schiacciare.
Questo azzeramento psicologico e di spessore del nemico fa paura: è un elemento aberrante e pericoloso, spia di un atteggiamento che vuole ricondurre l’altro ai propri schemi mentali, alle proprie idee. Anche se l’altro da sé ha un corpo, dei pensieri, delle motivazioni sue, questo non conta: conta solo il suo ruolo, e quindi la sua sconfitta.



Anche la tortura rientra in questo schema di pensiero.
Più del suo valore strumentale, conta il suo valore simbolico: l’aguzzino è in posizione di controllo, di dominio totale sul nemico, e questo lo fa sentire onnipotente, lo gratifica. Che spiegazione dare altrimenti all’umiliazione?
La prima parte di Zero Dark Thirty è piena di scene di tortura. Sicuramente la rappresentazione, per quanto cruda, non raggiunge l’orrore di ciò che davvero può essere successo.

"Quelli di noi che lavorano nelle arti sanno che la rappresentazione non è  approvazione. Se così fosse, nessun artista sarebbe in grado di dipingere le pratiche disumane, nessun autore potrebbe scriverne, e nessun regista potrebbe approfondire i temi spinosi della nostra epoca".
Queste sono parole della regista, Kathryn Bigelow.
E Michael Moore la difende, sostenendo che nessuno, di fronte alla rappresentazione della tortura, può ritenerla moralmente giusta.
Il filosofo Slavoj Žižek, invece, nel suo articolo Zero Dark Thirty: Holliwood’s gift to American Power critica pesantemente questa scelta:
"un segno di progresso etico è il fatto che la tortura sia “dogmaticamente” respinta in quanto ripugnante, senza alcuna necessità di discussione.
E per quanto riguarda l’argomento “realista”: la tortura è sempre esistita, allora non è meglio almeno parlarne pubblicamente? Questo, appunto, è il problema. Se la tortura è sempre esistita, perché chi è al potere adesso ce ne sta parlando apertamente? C’è solo una risposta: per normalizzarla, per abbassare i nostri standard etici.
La tortura salva delle vite? Forse, ma di sicuro perde delle anime – e la sua giustificazione più oscena è quella di affermare che un vero eroe è pronto ad abbandonare la sua anima per salvare la vita dei suoi concittadini. La normalizzazione della tortura in Zero Dark Thirty è un segno del vuoto morale a cui ci stiamo gradualmente avvicinando".

Da che parte stare?
La questione è delicata. Ma la rappresentazione della tortura, nel film della Bigelow, non sembra avere un chiaro intento di denuncia.
Il paragone con le violenze rappresentate in Diaz non regge: Daniele Vicari ha voluto raccontare e denunciare una delle più grandi violazioni dei diritti umani avvenuta in un Paese “civile” nel nuovo millennio. Kathryn Bigelow, invece, dà corpo e immagini alla versione ufficiale di un’operazione militare di grande successo. Con il rischio che, in nome del successo, si possa perdonare tutto. E ci si possa dimenticare che con la tortura anche l’aguzzino perde la dignità e l’anima. 


mercoledì 31 ottobre 2012

"CODE NAME: GERONIMO". MORTE DI UN'ICONA




Chi crea le notizie? Quali sceneggiature vengono scritte per noi ogni giorno, per farci immergere in una storia di cui dovremmo essere soltanto gli spettatori passivi e sottomessi?
Il giornalismo attuale è sempre più vittima di se stesso: la fretta e l’ansia di pubblicare una notizia spesso non consentono una accurata verifica delle fonti e dei fatti. L’importante è sparare la notizia, salvo poi eventualmente ritrattarla. In un mondo sempre più liquido e pieno di schermi, in cui la suggestionabilità dell’homo videns sta nettamente surclassando la capacità di pensiero dell’homo legens, una notizia trasmessa dalle tv di tutto il mondo è molto più potente della sua eventuale smentita.
Il governo degli Stati Uniti conosce perfettamente questa legge della comunicazione.
Il 2 maggio 2011 il presidente americano e premio Nobel per la pace, Barack Obama, si è accaparrato anche il ruolo di “Vendicatore dell’America” dichiarando soddisfatto in tv che giustizia è fatta, bin Laden è morto.
La versione ufficiale del blitz ad Abbottabad in cui il famigerato leader di Al Qaeda sarebbe stato ucciso, per essere poi precipitosamente seppellito in mare, ha subito fatto il giro del mondo grazie ai media mainstream, troppo spesso impegnati a spacciare per vere le favole inventate dal potere.
Ma di fronte alle evidenti contraddizioni e imprecisioni della versione ufficiale del blitz, l’impressione è stata quella di essere spettatori impotenti di un evento tanto spettacolare quanto finzionale: come in un nuovo cortocircuito tra realtà e finzione, l’incarnazione del male ha trovato la morte in un’operazione militare in puro stile action movie.
D’altra parte, in tutta questa storia iniziata l’11 settembre 2001 con lo spostamento dei confini del visibile e con l’immissione nell’immaginario del concetto di vulnerabilità, i confini tra la realtà e la sua rappresentazione non esistono più, perché tendono a coincidere.
Con l’operazione in Pakistan la terrificante e imprendibile icona di bin Laden è stata ufficialmente sgretolata, indipendentemente dalla veridicità dell’operazione: forse il referente reale, lo sceicco del terrore, era morto già da tempo, ma non la sua fantasmatica immagine, sempre pronta a tenere alta la tensione nel mondo occidentale.
Cosa significa dunque realizzare un film come Code Name: Geronimo?
Che significato assume un lavoro di questo tipo in un mondo dove la realtà tende a scomparire, inghiottita dalla sua rappresentazione?
Concentrandosi sul corpo dei marines impegnati nel blitz e sui funzionari della stanza dei bottoni, il film utilizza alcuni stilemi del cinema d’azione mescolandoli a soggettive da war games in prima persona, in una fusione tra cinema ed estetica videoludica che contribuisce alla creazione di una visione edulcorata degli scenari di guerra e che restituisce una percezione della morte svuotata di profondità. Al di là dell’aspetto formale, è chiaro che Code Name: Geronimo non è che una grossolana operazione di propaganda politica e di mistificazione della realtà, partorita tra l’altro in piena corsa elettorale. Negli USA il film è stato trasmesso solo in televisione, su un canale generalmente dedicato ai documentari: e questo è un passaggio fondamentale per capire come queste immagini possano arrivare al grande pubblico. Eppure Code Name: Geronimo, nonostante la sua forzata verniciatura di realismo, non può essere considerato una docu-fiction: il suo script si appoggia ad una sceneggiatura mediatica molto più ampia, ovvero quella che dal giorno del blitz di Abbottabad i media occidentali hanno considerato come la più attendibile versione della fine di un’epoca. Volendo rimanere fedele alla macro-sceneggiatura, la pellicola di Stockwell non può - né vuole - aggiungere altro. Anzi, oltre a sdoganare l’utilizzo della tortura, come nella scena iniziale, cerca di liquidare frettolosamente anche le posizioni dei “complottisti”: le loro posizioni saranno ovviamente smentite dalla rocambolesca fine di bin Laden.
In questo modo Code Name: Geronimo si colloca pienamente dentro l’orizzonte della propaganda: il suo obiettivo è quello di consolidare una narrazione, di dominarla e renderla mitica e inattaccabile. È interessante sottolineare come questa pellicola condivida con la macro-sceneggiatura della guerra al terrorismo la sostanziale invisibilità del nemico: nonostante l’aura di ricostruzione storica del film, il ruolo di bin Laden viene più che altro suggerito ed evocato, come fosse un fantasma. Anche nel momento clou dell’assalto finale il suo volto non appare mai interamente sullo schermo. Perché questa scelta? Sarebbe stato troppo rischioso sostituirlo con un sosia, perché con le icone non si può giocare: si rischierebbe di dichiarare al mondo che qualsiasi finzione, anche la più crudele e terrorizzante, è possibile.